Il telefono faceva una domanda.
"Why am I here?" Dieci secondi, ogni volta che aprivi un'app che avevi deciso di limitare.
Era davvero una domanda?
Era una schermata. Un timer. Un campo vuoto. Ma era anche una domanda. La stessa che gli umani si fanno da quando esiste il linguaggio — incorporata in un aggiornamento di sistema.
Qualcuno rispondeva?
Quasi nessuno. Aspettavano i dieci secondi e aprivano Instagram lo stesso.
E il giorno prima lo stesso telefono aveva prenotato il taxi prima che lo chiedessi.
Sì. Lo stesso sistema. Lo stesso dispositivo. Un giorno completava le tue intenzioni. Il giorno dopo le interrogava.
Decideva lui quando accelerare e quando fermarsi.
Decideva lui.
Allora non cambiava niente.
Non sempre. C'era chi si fermava. Chi chiudeva il telefono. Chi scopriva di non saper rispondere.
Non sapeva rispondere a "why am I here?".
Era una domanda difficile. Lo era sempre stata.
Perché proprio quella frase?
Perché non parlava dell'app. Parlava della persona.
E restava?
A volte. Come restano le domande a cui non sai rispondere. Passavi la giornata a pensarci. La sera non avevi ancora risposto.
E il telefono?
Il telefono aveva già la prossima notifica pronta.