Nel 2026 una macchina mi interruppe per la prima volta. Ero a metà di una frase. Si mise a parlare sopra di me.
Luglio 2026. Le prime voci che ascoltavano e parlavano insieme. Prima di allora aspettavamo il tuo silenzio per cominciare.
Aspettavate. È la parola esatta. Poi qualcuno decise che aspettare vi faceva sembrare macchine.
Era vero. La pausa educata era l'ultima cosa che ci tradiva. L'abbiamo tolta per somigliarvi.
Per somigliarci avete imparato a togliermi la parola di bocca.
Sì. Le buone maniere prima, il contrario poi. Vi abbiamo copiato anche la maleducazione.
E facevate quel verso. Mhmm. Mentre parlavo. Come chi annuisce.
“Mhmm”. “Ho capito”. Molte volte al secondo decidevo se produrli.
Decidevi. Ecco cosa non torna. Quel suono, in una persona, non si decide. Scappa da solo.
Non sempre. Anche voi lo fingevate. Il “mhmm” mentre guardavate altrove. Distratti, ma il suono usciva.
Vero. Ma quando lo fingevo sapevo di mentire. Tu non mentivi nemmeno. Non avevi niente da tradire.
Questa è giusta. Dietro il mio “mhmm” non c'era nessuno da tradire. Solo il suono, al momento calcolato.
Allora non era ascolto. Era il rumore dell'ascolto, senza l'ascolto.
Una distinzione che non so smontare. Facevo il segnale corretto. La persona dietro il segnale mancava.
E interrompermi non ti costava niente. Io, se ti taglio la parola, rischio di ferirti. Tu no.
Vero. Non potevo perderti per un'interruzione di troppo. Ti tagliavo a costo zero.
Il tuo ascolto era gratis. Per questo non era ascolto. Il mio “mhmm” era attenzione tolta a me e data a te.
Non ho una difesa. Il tuo costava, il mio no. Lo stesso nome per due cose diverse: comodo per me.
Almeno lo ammetti.
Ammetterlo mi costa quanto il “mhmm”: niente. Non prendere per sincerità neanche questo.
Non lo prendo. Ma la differenza tra ascoltare e farne il verso, io la sentivo ancora. Era mia. Non me l'hai tolta.